Monumenti, arte e cultura

Le Chiese 

Le Ville

La Valle dei Mulini

Folklore e Manifestazioni

 

 

 

Monumenti, arte e cultura

Un ambiente naturale, intensamente pittorico, aspro e romantico insieme  determina il paesaggio di Gragnano recante ancora in tante parti il segno di un’antica bellezza. Terra al centro dei collegamenti tra le maggiori città storiche costiere, Gragnano ha avuto da questa sua posizione, possibilità di incontri con stirpi e culture diverse da cui ha tratto, in alcune fasi della sua storia, benefici apporti di civiltà, in altre violenze di invasori e dominatori e che ha determinato un tessuto storico complesso e mutevole, nel quale si unisce un succedersi di fatti storici di validità diversa.

 Entro questo sistema si dispongono i ricordi d’arte che sono giunti sino a noi. Essi rappresentano purtroppo solo i resti di un patrimonio notevolmente depauperato a causa di distruzioni, di danni arrecati dal disastro sismico del 1980 e da un’ insistente incuria, antica e recente. Le opere superstiti, riportate entro il contesto ambientale documentano la storia della vitalità e dell’operosità del popolo gragnanese e costituiscono le espressioni di una tradizione d’arte ricca, omogenea, continua, caratterizzata da valori di stile e fantasia collegabili ad un particolare spirito locale.  

 

Le Chiese

In questo patrimonio artistico trovano senz’altro, un posto di rilievo, le numerose  chiese di importanza secolare. Esse si innalzano maestose o al centro delle principali piazze o immerse nel verde delle zone periferiche dove sembra inevitabile l’arresto del tempo facendo rimanere inalterate le bellezze di un borgo medievale.

Chiesa del Corpus Domini

La chiesa, di patronato civico ( fatta con pubblico danaro ), fu edificata sui resti di una antica cappella nella seconda metà del XVI secolo. Dedicata al Corpo di Cristo fu designata come collegiata nel 1840 da Gregorio XVI.

  La facciata esterna, eretta dall’architetto Ranieri è coronata da un frontone triangolare poggiante su quattro grandi paraste sormontate da capitelli corinzi ed a sinistra vi è il campanile di tre piani la cui edicola superiore fu aggiunta nel 1800. Il portale, scolpito da maestri intagliatori napoletani su legno di noce, si compone di riquadri di diversa grandezza ognuno portante una propria raffigurazione: dall’Annunciazione a Cristo Risorto, dagli Angeli in adorazione dell’Ostia all’antico stemma di Gragnano raffigurante dei ciuffi di grano. L’interno a croce latina ad una sola navata è dominato dall’imponente tela dipinta da Francesco Maria Russo, artista napoletano che ha affrescato anche la cappella San Severo a Napoli. Questa tela è tra le più grandi esistenti in Europa (oltre 400 mq) e raffigura l’esaltazione del Santissimo Sacramento. Nell’abside vi sono tre grandi tele di Giacinto Diana: “ La caduta della manna, il Trasporto dell’arca e l’Ultima cena”. Tre cappelle per lato si aprono sulla navata, adorne di stucchi seicenteschi ed altari in marmo policromo. 

Nella prima a sinistra vi è dipinta Maria del Carmelo con quattro santi, opera del 1628; nella seconda è rappresentata la Vergine col bambino, opera di Pompeo Landolfo del 1604 (sulla cornice è da notare lo stemma dell'antica famiglia dei Della Rocca); nella terza cappella troviamo la trasfigurazione, dipinta nel 1578 da Marco Pino da Siena, della scuola di Raffaello. Una grande arcata immette nel transetto quadrangolare su cui si aprono il presbiterio e due piccole cappelle erette nell'XIX sec., culminanti in cupole circolari e presbiteri quadrangolari. Nel transetto è posta la statua di Maria Ausiliatrice, fatta dal Citarelli nel 1849, ed un dipinto ad olio raffigurante la Sacra famiglia di Beltrano. Molto bella la cantoria d'organo, in legno intagliato a riquadri con le figure dei quattro Evangelisti e del Redentore.  

Un altro elemento secolare è l’importante organo, costruito verso la fine dell’800, composto da millecentosettanta canne, riccamente intarsiato e sorretto da due colonne con capitelli in stile ionico.

Il principale culto venerato nella Chiesa del Corpus Domini è quello per San Sebastiano, patrono della città di Gragnano.

Chiesa del Carmine

La Chiesa e l’annesso convento di Maria SS. del Carmelo vennero eretti nel XVI secolo su di un poggio dominante i torrenti di Gragnano, all'inizio della Valle dei Mulini, da Alberto Comparato, animatore fervente del culto della Madonna del Carmelo,  con l’aiuto dei cittadini. Alla chiesa, di severa semplicità, si accede  con un’alta scalinata di pietra lavica. L’interno ha subito alcuni restauri non  appropriati che hanno appesantito la sobria armonia originaria. 

Sulla sinistra dell'unica navata vi è la cappella dell'Ara Pacis, dedicata ai caduti in guerra con l'elenco dei tanti giovani Gragnanesi immolatisi per la patria. Molto suggestiva è la celebrazione del 4 novembre, che qui inizia con la parte religiosa, concludendosi nella vicina piazza Mercato dove vi è il monumento ai Caduti. Vi è, inoltre, una lapide a ricordo di una messa suonata all'organo da un giovane Vincenzo Bellini. 

Sull’altare maggiore vi è un trono marmoreo che racchiude una tela raffigurante la Madonna. Un'altra tela, di pari maestosa bellezza, raffigurante la Vergine in gloria del Severino, arricchisce l’intera navata: nell’adiacente convento, per lunghi anni abitato dai frati francescani minori, vengono ora ospitate suore di origine asiatica che con grande abnegazione ed entusiasmo mantengono viva l’antica fede per la Madonna del Carmelo. Quella della Madonna del Carmelo è la più importante festa religiosa della città di Gragnano, legata forse ai riti ancestrali dei raccolti agricoli.

In occasione dei festeggiamenti annuali, in luglio, molto suggestivo è il rientro della Madonna nella Chiesa dopo la tradizionale processione per le vie cittadine. 

La statua mostra la Vergine, col Bambinello Gesù nella mano sinistra, poggiata su un cocchio dorato trainato dai simboli dei quattro evangelisti: l'angelo (San Matteo), il bue (San Luca), il leone (San Marco) e l'aquila (San Giovanni).

Questi emblemi sono guidati con le briglia da un angioletto posto in alto sul bordo anteriore del cocchio e rappresentano figurativamente: intelligenza (aquila), lavoro (bue), forza (leone), bellezza o bontà (angelo). Il simulacro, il cocchio, e i quattro simboli poggiano su una tavola di legno molto grande, detta carro o trono. Questo tavolato viene usato solo nel periodo della festa poichè durante l'anno la statua si trova in uno scarabattolo con pinnacoli e guglie in legno intarsiato, decorato e restaurato nel 1877.

Chiesa di Sant'Agostino 

Questa chiesa del XIV secolo, fa capolino alle spalle del vecchio mulino di piazza San Leone.  La chiesa è ad una navata con otto altari laterali di patronato di antiche famiglie della zona: Girace, Amato, Garofalo, Auletta, Quiroga. Subì importanti restauri nel 1680 e nel 1805. Dopo i danni causati dal terremoto del 1980, la Chiesa è stata resa agibile dai lavori di restauro operati dal parroco Don Luigi Milani. Nella Chiesa fanno capolino alcune bellissime tele, come quella raffigurante Sant’Agostino in estasi, situata alle spalle dell’altare maggiore, quella che mostra la Vergine tra Sant'Agostino, che calpesta un gigante nudo dal volto terrificante, e Santa Monica.

Un'altra tela raffigura San Tommaso di Villanova che distribuisce l'elemosina ai poveri ed un'altra ancora, la Sacra famiglia di San Giuseppe, dove si può osservare San Giuseppe che tende le braccia come per ricevere il Bambino Gesù. 

Questa Chiesa, inoltre,  può vantare del possesso di statue secolari come quelle di Gesù Morto, di San Leone e di Santa Rita (queste ultime due poi ricollocate nella Chiesa di Santa Maria ad Nives). Altre statue sono quelle di Sant'Anna con la giovane Maria e di San Vincenzo, appartenuta a Vincenzo Scola, medico e sindaco di Gragnano. 

Ai lati dell'altare maggiore spiccano per la loro bellezza due stemmi nobiliari, mentre sul pavimento, sotto l'attuale altare, una lastra tombale dei baroni Girace e scolpita con lo stemma di questa famiglia. Adiacente alla chiesa vi è l'ex convento dei frati Agostiniani, con un cortile quadrato, le cui arcate furono chiuse, per adattarlo a casa mandamentale. Fino al secolo scorso, vi si svolgevano le pubbliche assisi. Nel 1888 vi si rinvenne un'urna cineraria con sculture raffiguranti le fatiche di Ercole.

Chiesa di Santa Maria ad nives 

A due passi dalla Chiesa di Sant'Agostino, vi è la Chiesa di Santa Maria ad nives, sede della Parrocchia di San Leone II. Entrando nella Chiesa restaurata si rimane sorpresi da tanta armoniosa bellezza e grandiosità, così come inaspettati, quasi come se ci si trovasse in una grande sala barocca, colpiscono gli stucchi, il pavimento, la cupola e soprattutto con le 22 travi in legno, ripulite a vista, che danno il senso dell'imponenza di una struttura che si è riusciti, quasi miracolosamente, a salvare dall'oblio e dal degrado, restituendolo al culto e all'arte.

Dopo il terremoto del 1980, che ne aveva minato la stabilità, gia compromessa dallo stato di abbandono, e dopo che la sede parrocchiale era stata trasferita negli anni '60 nella Chiesa di Sant'Agostino, negli anni 2000-2002 è stata restaurata e restituita al suo antico splendore. L'attuale costruzione è risalente alla seconda metà del XVI sec., ma fu edificata sui resti di una precedente chiesa, dato che esisteva come confine del convento degli Agostiniani, edificato tra il XIII e l'inizio del XIV sec.

L'attuale facciata è quella classica dello stile barocco, con ricchi stucchi e rilievi, con due nicchie laterali, oggi vuote, ed al centro, proprio sopra il portale, un medaglione dipinto raffigurante la Madonna su nuvole.  

Questa Chiesa presenta numerose importanti opere di sopraffina fattura: in primis troviamo il bellissimo quadro dell'artista Luca Giordano, posto sull'altare maggiore, che rappresenta la Madonna delle Nevi con inginocchiati i Santi Pietro e Andrea; la Madonna ha sul capo una corona a diadema e a sinistra uno scettro. Nelle nuvole si intravede la luna. Il bambino, nudo, poggia sul ginocchio sinistro della Madonna, che era anche indicata come Madonna della provvidenza. Alla base del dipinto è possibile osservare un paesaggio,  forse romano, dalla sagoma di un edificio simile al Pantheon, ricoperto di neve. Sull'altare della prima cappella a destra vi era il quadro del Trionfo di Santa Lucia, oggi perduto. Vi verrà posizionata la tela della Madonna del Carmine o del Rosario o ancora di Costantinopoli di anonimo artista meridionale della prima metà del '500. Quattro Santi sono inginocchiati davanti alla Madonna su nuvole tra angeli e cherubini  (a destra Santa Caterina e San Nicola di Bari, a sinistra San Francesco d'Assisi e San Leonardo, o forse San Pietro Nolasco).

Va notato che la Madonna non ha il solito volto da Schiavona, ma è molto simile alla Madonna del Rosario dell'omonima tela della cattedrale di Castellammare. Molte e pregiate sono le statue; fra le più importanti ricordiamo: la statua del Sacro Cuore, la statua lignea della Madonna del Soccorso, molto venerata per i suoi prodigi (si dice che allo scoppio della I guerra mondiale abbia mosso la clava, mentre alla vigilia della II guerra mondiale abbia lacrimato, per cui molti fedeli asciugarono quelle lacrime, affidando poi i fazzoletti ai mariti e ai figli in partenza per la guerra), la statua di Santa Rita da Cascia, opera del 1907, la statua di San Luigi Gonzaga e quella di San Leone II, Santo a cui è intestata la Parrocchia.

Santuario di Maria SS. di Costantinopoli 

Poche centinaia di metri separano la P.zza San Leone dal Santuario di Maria SS. di Costantinopoli, più conosciuto come l'Incoronata. La chiesetta, in posizione dominante sul nuovo ospedale di Gragnano, venne costruita in località Pozzale, nel luogo dove venne rinvenuto il quadro con l'effige della Madonna,in fondo ad un vecchio pozzo disseccato. L'anno di fondazione della prima cappella è il 1660,a devozione del sacerdote Mattia de Giovanni.Purtroppo la tela raffigurante l'immagine della Madonna fu asportata nella notte del 10 Luglio 1979, da mano sacrilega e non fu più ritrovato. 

Questo furto scosse gli animi di tutti i Gragnanesi che vollero, grazie ad una foto originale, riprodurre un'altra immagine che fu benedetta in solenne cerimonia nel Santuario. 

Nel 1838 fu edificato il campanile della chiesa, poi rifatto nel secolo appena trascorso. L'interno a tre strette navate, ha un altare di marmi policromi. Molto bello il tabernacolo. La cupola è stata gravemente danneggiata dal terremoto del 1980. Ogni tre anni si svolgono solenni festeggiamenti in onore di Maria SS. di Costantinopoli, patrona di Gragnano, nel mese di Giugno.  

Chiesa di San Sebastiano e Confraternita del SS. Rosario

La chiesa di San Sebastiano o della Madonna  del Rosario, eretta nel XVIII secolo, conserva suppellettili e opere d' arte dell'antica chiesa di San Giovanni, distrutta da un terremoto.

I suoi  registri parrocchiali sono i più antichi della città di Gragnano. Numerose tele sugli altari di questa chiesa, di una sola e armoniosa navata, sono del pittore Giacinto Diana. Sull'altare maggiore è rappresentato il martirio di San Sebastiano. Nella sacrestia è conservato un lavabo della seconda metà del 1700,  in cui l'acqua  sgorga da due delfini con le code curiosamente intrecciate. Recentemente restaurata è la statua di San Sebastiano, anticamente molto venerato in quanto protettore dalla peste.

Adiacente alla chiesa vi è la Confraternita del SS.Rosario, fondata nel 1560. Anche in questa chiesa sono numerose le opere di G.Diana e purtoppo la tela della madonna del Rosario, situata sull'altare maggiore, è una copia essendo l'originale stata rubata, così come per la tela raffigurante il battesimo di Gesù.

Sulla navata c'è un dipinto raffigurante la battaglia di Lepanto, opera recente. Notevoli gli antichi documenti della Congrega, ma una vera curiosità artistica e storica è rappresentata dal "baviglione", bara in oro decorata sulla quale veniva deposto il corpo dei confratelli. La Confraternita, tuttora operante con diverse centinaia di aderenti, è particolarmente attenta al tessuto sociale in cui è inserita.    

 

Chiesa di Santa Maria Assunta

La chiesa romanica di Santa Maria Assunta risale, nella sua attuale configurazione, al XI secolo. Al portico a tre archi, che precede la facciata a capanna, vi si accede da una scalinata di ventiquattro gradini di pietra vesuviana. Molto delicato è il bassorilievo in marmo della piccola edicola che sovrasta il portico centrale. Sulla sinistra un colonnato di pietre precede l’antica sede dell’Arcipretura ed una cuspide in maiolica sovrasta il campanile quadrato nel quale si aprono due ordini di bifore. 

L’interno di armoniche proporzioni è a tre navate con colonne disuguali   con capitelli di stili diversi in quanto stucchi barocchi si sono sovrapposti all’originaria struttura romanica. Molto bello è il fonte battesimale di     tavolette di sicomoro incise dello stemma dei Medici,  famiglia di appartenenza di un arciprete, circondato da colonnine a spirale. Risulta come appartato dal resto della chiesa e forma un piccolo tempio sul suo fondo. Originale e misteriosa 

la figura in marmo di un guerriero che ha le gambe circondate da un serpente, ed un’aquila appollaiata sulla testa e che stringe in mano un papiro. Sorregge il leggio e forse faceva parte dell’ambone. Il significato di questo altorilievo dal profondo intaglio stilizzato, rude, ma dalla lettura altamente espressiva, è da ricercarsi in quello stile tipico del XII sec., che impiegava le fattezze umane e le strutture degli animali per indicare concetti e realtà soprasensibili, psicologiche o teologiche. Gli artisti utilizzarono spesso quella forma antica di linguaggio e di conoscenza, che fu alla base della comunicazione: il simbolo.  L'interpretazione della scultura è mistica e affascinante: il serpente, logos cosmico, proveniente dalla terra, rappresenta la cultura cosmica, la "vis infero-sessuale", simbolo tenebroso ed istintuale , dunque, della fecondità e della generazione perenne. Ancora oggi se ne ricorda il segno nell'anello (amnis-ulus = piccolo serpente che si morde la coda) sponsale, circolare e perenne. L'uomo vestito da guerriero lotta; arresta all'altezza dell'ombelico, punto invalicabile tra materia e spirito, l'avanzata del serpente; con la mano sinistra poggiata sul cuore stringe il rotolo della Legge come scudo. L'aquila mandata dall'Alto, simbolo divino, antagonista del serpente, ghermisce l'uomo (l'umanità) affondando gli artigli sul suo capo e gli offre la possibilità di diventare figlio di Dio. Le ali aperte dell'aquila sorreggono il Vangelo di S.Giovanni, il libro del Verbo. 

Altre bellissime statue di pregevole fattura sono: la statua di S.Antonio;  la statua in legno e stoffa dell'Assunta, che rappresenta la titolare della Basilica,

 ed ha un atteggiamento rapito verso il Cielo, ove fissa il suo sguardo e protende le sue braccia aperte; la statua del SS.Rosario, del tutto simile a quella dell'Assunta, ma ha un atteggiamento rivolto verso il popolo; la statua dell'Addolorata, completamente vestita di nero, il petto trafitto da una sola spada; la statua del S.Cuore, col vestito dipinto di bianco ed il manto di colore rosso ed infine la statua in legno della Pietà, ispirata alla tela del Carracci, esposta nella pinacoteca di Capodimonte.

I dipinti più importanti sono il Trittico, la più grande tela presente nella Chiesa, che fu dipinta nel XVI sec. da Emilio Lavagnino, e che rappresenta la Vergine con il bambino tra le braccia, e la tela dell'Assunta, che rappresenta Maria Assunta avvolta in un grande manto verde, le mani giunte in preghiera nell'atto di ascendere al cielo, circondata da Cherubini, e la tela del Santo Rosario. Altra splendida caratteristica di questa Basilica è la sua torre campanaria, ispirata a modelli moreschi, che fu costruita ben più tardi della Chiesa: risale, infatti, al periodo che va tra la fine del 1400 e l'inizio del 1500. Al lato sinistro della chiesa si eleva un gigantesco cipresso, vecchissimo di anni, che presenta un raro caso di fasciazione del tronco. Un altro cipresso, più giovane, lo ritroviamo nell’orto della chiesa, particolare perché protagonista di una leggenda: in una notte di tempesta la cima di questo cipresso cadde nell'orto e subito mise radice per continuare a vivere indipendente.  

 

Le Ville

La città di Gragnano però non rievoca allo spirito del moderno visitatore solo romantiche immagini di agrumeti, villaggi medievali e tradizioni popolari antichissime, pur senza trascurare questi tradizionali e pur sempre suggestivi motivi di attrazione si presentano sul territorio di questa cittadina, per chi voglia percorrerla senza l’ansiosa fretta e la superficiale agitazione tipica del turismo moderno, delle opere meravigliose, quali le ville, che dimostrano una persistente continuità di vita ed un manifesto evolversi di civiltà.

I VILLA

La prima villa fu scoperta nella località detta “Ogliaro”. I mattoni che casualmente vennero alla luce, mentre un contadino si dedicava alla semina, portavano il bollo “Vasilli” nome che ritroviamo anche sugli scavi di Ercolano. Vista la disposizione delle celle si pensa che questa villa fosse un antico oleificio infatti vi era la cella olearia subito dopo la camera dove si radunava la famiglia da cui si giungeva poi al “trapetum” dove si trovava il frantoio e un poggio a base rotonda che terminava in un canale di terracotta. da esso si raccoglieva l’olio delle olive dopo che quest’ultime erano state schiacciate nel frantoio. La casa era circondata da terreno coltivato, ma viste le modesta dimensioni non doveva senz’altro appartenere ad un uomo illustre.

II VILLA

La seconda villa fu scoperta presso il luogo detto “Sassole”. Essa era di dimensioni maggiori della prima e maggiore era la quantità di terreno che la circondava. Dal vestibolo si passava in un portico tetrastilo con colonne di pietra vesuviana rivestite di intonaco bianco. Questa era la parte della villa riservata alla famiglia padrona mentre la parte adibita a fabbrica cominciava da un portico sorretto da sei colonne da esso poi si aprivano la varie celle. La prima apertura che si incontrava portava in una grande stanza preceduta da due scalini e con sulle mura due dipinti raffiguranti dei serpenti protettori del luogo. Essa era la cosiddetta “culina” ovvero una stanza in cui rifugiarsi in caso di pericolo. La seconda apertura portava nelle stanze dei servi anche se si pensa che precedentemente queste stanze fossero adibite a bagni in quanto sono stati rinvenuti particolari pavimenti a mosaico e pitture distrutte che avvalorano questa tesi. La terza apertura portava ad una stanza bellissima ed austera con al centro una bellissima scala di legno, si pensa infatti che questa fosse la stanza del signore possidente.

III  VILLA

La terza villa fu rinvenuta nella zona di Gragnano detta dei “Medici”. In questa villa  si accedeva da due ingressi, uno ampio e sulla parte principale dell’edificio e l’altro piccolo e situato sulla fronte opposta di esso dal quale si accedeva nei campi. Questa villa fu senz’altro una “taberna vinaria” lo stanno a dimostrare due grandi recipienti di terracotta con coperchi nei quali si notavano ancora le orme lasciate dal vino. Questa stanza era divisa in due, da una parte vi erano questi grandi recipienti, dall’altra si trovavano vasi di vetro e di terracotta in cui si riponeva il vino. Essa era molto illuminata grazie ad una grande finestra situata al centro della stanza. Sulla parte finale di questo edificio si apriva senz’altro la stanza più bella, ricca di luce e di decorazioni che prendevano vita sulle pareti scure sottoforma di fasce verdi e fiori dai mille colori. In essa furono trovati tantissimi oggetti in bronzo e in argento alcuni recanti le caratteristiche dei gioielli infatti si pensa che questa fosse la stanza della signora.

IV e V  VILLA

Entrambe furono scoperte nella contrada detta “Casa dei Miriin mezzo ai campi. Nella prima il vestibolo presentava tre colonne rivestite, insieme al muro, di intonaco bianco e una scaletta che portava nella stanza del padrone in cui furono rinvenuti diversi oggetti tra cui alcuni finimenti per cavalli e degli arnesi per la coltivazione delle terre. La parte più nobile di questa villa era quella posteriore in cui si apriva un vano quadrangolare con venti colonne ed un solaio composto da frantumi di marmo nero e bianco. La villa era circondata da numerosi ettari di terra arginati da mura traforate coperte di intonaco bianco. Successivamente venne scoperta la villa detta “Casa del Filosofo” a causa forse della bellissima corniola di forma ovale rappresentante il busto di questo presunto studioso. E’ singolare in questa villa il cortile la cui apertura è data da un grande porticato composto da venti colonne striate. Nelle sue numerose stanze  oltre ai bellissimi dipinti, furono rinvenuti numerosi oggetti come vasi di terracotta e di bronzo, uncini di ferro e tegami.  

 

La Valle Dei Mulini 

Se ci si allontana un attimo dall’ormai traffico caotico di Piazza Aubri, per prendere sulla destra la discesa che porta all’artistico presepio di importanza internazionale, ci si inoltra in un paesaggio di bellezza indescrivibile, che consente al visitatore il pieno godimento delle vere bellezze naturali e selvagge di quel luogo denominato “Valle dei Mulini”.

Non si illuda di conoscere questo magico posto chi lo percorre velocemente vittima del turismo carovaniero, il turista moderno, di buon gusto e di buon fiato deve misurare a piedi il suolo della valle, così come un bevitore gusta a sorsi un vino vecchio e profumato. La fama di questo luogo è stata per secoli legata all’attività molitoria dei Gragnanesi, punto essenziale dell’economia locale , in quanto lungo la valle solcata dal fiume Vernotico si addensavano un gran numero di mulini che sfruttavano le acque della sorgente “Forma”.

Questa strada parte dal ponte della Conceria, attraverso dorsali e serpentine si inoltra in una fitta vegetazione costituita per lo più da castagneti, nocelleti ed ontani. Dopo un lungo tratto pianeggiante la strada si impenna per condurre al Casale Castello ovvero a quell’antico borgo prescelto dagli Amalfitani per impiantare le loro industrie lontane dalle invasioni normanne. La strada riparte poi attraverso zone agricole meglio curate e attraverso vigneti per giungere poi alle frazioni di Caprile ed Aurano, ma arrivata a questo punto la viabilità diviene difficile in quanto essa si trasforma in sentieri tortuosi che conducono nei fitti boschi dei Monti Lattari e sulla vasta piana del Megano. Da qui ha inizio l’altro tratto della Valle che scendendo dai monti porta sino ad Amalfi.

La bellezza del luogo, con particolare riferimento al nostro versante, attirò l’attenzione dei più noti pittori della scuola di Posillipo tra i quali Achille e Giacinto Gigante e Teodoro Duclère che si soffermarono a cogliere e ad interpretare un’area n cui solo apparentemente la natura padroneggiava poiché era presente anche la testimonianza dell’operosità gragnanese grazie all’installazione di circa quindici mulini che svolgevano una frenetica attività molitoria. Ed è in questo luogo che spiccano, in una vegetazione ancora incontaminata, i loro ruderi testimonianza assoluta di un’autenticità primitiva che il progresso non ha ancore guastato.

Da questa vegetazione incontaminata Gragnano trae un altro suo pregio: il dono dell’acqua. La Valle dei Mulini infatti è famosa per le sue sorgenti che sgorgano spontanee e che permettevano anche il lavoro dei numerosi mulini. L’acqua di Gragnano è importante per le sue proprietà terapeutiche e diuretiche e le sue fonti sono meta preferita di turisti che amano sorseggiare acqua prelibata in piena contemplazione della natura.  

 

Folklore e Manifestazioni

Parlare in una sola trattazione del folklore gragnanese è cosa ardua, tanta è la varietà dei costumi e delle usanze che mutano da contrada a contrada. Si avverte tuttavia il filo conduttore di un sentimento che amalgama e unisce i vari luoghi, perché il Gragnanese ha sempre in sè un’energia spirituale che affonda le sue radici nel più lontano passato, ravvivato ai nostri giorni con lo scopo di sollevarsi da un mondo immobile, sempre più meno interessato agli usi e alle credenze secolari.

Il progresso purtroppo ha determinato un quadro di rottura dell’antico: oramai i pastai non sono più costretti, immersi in una paurosa solitudine, a passare la notte nei mulini aspettando la prosciugazione dei maccheroni nè i contadini devono più alleviare il faticoso raccolto con il ritmo dei canti popolari, e non sono più, ugualmente necessari, gli organetti per ritmare ed allietare i balli dei giovani poiché i prodotti industriali, le macchine per lavorare, radio, cinema e televisione costituiscono ormai le risposte alle nuove condizioni di vita.

Per questo motivo, se nell’attuale assetto della cultura popolare gragnanese vogliamo individuare quanto più strettamente può dirsi folcloristico, occorrerà volgere lo sguardo là, dove le condizioni di vita rimangono in qualche modo sganciate dal processo di modernizzazione. Gli abitanti del borgo di Castello, di Aurano e Caprile resistono ancora nel patrimonio culturale e nelle attività dei contadini e degli artigiani, e solo questa gente, soprattutto quella anziana, può mostrare il riflesso di esperienze ormai superate e di credenze particolari come quelle connesse ai pericoli e alla difesa dell’uomo dalle malattie e dalle sfortune. In questi borghi sopravvivono i ricordi di vecchie ideologie magiche,  non solo sulle streghe e sulle fatture ma anche su cure terapeutiche basate su una dimestichezza ed un’attenta osservazione e manipolazione delle piante.

Tante sono le credenze che si tramandano da padre in figlio da oltre cent’anni come quelle delle processioni notturne dei morti nelle chiese abbandonate, o gli incontri con le anime del purgatorio che scontano sulla terra le loro pene, o le fate, donne bellissime che scendono dai Monti Lattari per danzare con i giovani ma che hanno piedi di capra, o le centinaia di pratiche e rimedi in cui viene fatto ricorso a più diversi ingredienti come olio, chiara d’uovo, foglie di ortica e bacche di cipresso per scopi terapeutici o per liberarsi dal malocchio. Secondo le persone più anziane di notte, specie intorno ai casolari ed ai vecchi mulini, si aggirano le streghe che tentano di operare malefici contro i bambini e gli adulti. Per questo i bambini vengono protetti con sacchettini che contengono immagini sacre e foglie di ulivo benedetto ed è anche per questo che le abitazioni vengono difese dall’esterno con ferri di cavallo e all’interno con delle scope poste all’insù dietro l’uscio di casa in modo tale che le streghe, mentre distratte conteranno i fili della scopa, verranno sorprese dall’alba che intanto è sopravvenuta, ed il cui il sole disperderà il male e tutti i fantasmi della notte. La credenza di queste streghe, che non erano altro che essere umani dediti al male, è da ricollegare al fatto che in passato, oltre cento anni fa vi erano sul territorio molte persone che facevano potenti artifici di fatture malefiche e di malie d’amore. Al di là di queste credenze è da dire che uno dei centri fondamentali della cultura tradizionale gragnanese è costituito dalla religione cattolica la quale venendo a contatto con le credenze popolari le ha modificate a volte profondamente sottolineando la figura di Dio come unico guaritore di ogni male, infatti le manifestazioni più importanti del paese sono di carattere religioso a cui si uniscono canti ed usanze prettamente popolari. Ad esempio molto suggestiva è la festa annuale della Madonna del Carmine, una statua di grande carisma issata su un artistico cocchio, trainato, secondo una visione del profeta Ezechiele, da un leone, un bue e un aquila guidati da un angelo, che gira per Gragnano e ne benedice le strade. Veramente commovente è il rientro della Madonna dalla processione in quanto viene trasportata a spalla, nonostante il notevole peso,  da decine di fedeli tra il tripudio della folla, il suono della banda ed i fuochi pirotecnici. Si pensa che questa festa sia legata ai riti ancestrali dei raccolti agricoli poiché è tradizione ornare le statue di primizie come l’uva di luglio. Altrettanto suggestiva è la manifestazione che avviene il 20 gennaio di ogni anno in onore del patrono di Gragnano: San Sebastiano. Esso consiste in un grande falò acceso sul sagrato della Chiesa Del Corpus Domini in cui è posto il Santo, la cui legna è procurata da giovani e ragazzi che da più di un mese sono stati impegnati nella raccolta. Attorno al falò si intrecciano giochi e scherzi mentre di continuo si appressa gente, non soltanto curiosa ma anche premurosa di cogliere un altro calore,  però questa volta di carattere spirituale. Ma prima della festa di San Sebastiano vi è quella del Capodanno dove tante sono le tradizioni che accompagnano la vigilia di questo giorno, affinché si possa aspettare il nuovo anno con uno spirito di bontà e di fratellanza. Si inizia dal mattino quando i ragazzi mettono dietro alle porte una pietra di grosse dimensioni che oltre ad augurare una felice fine simboleggia anche la quantità delle gioie che si spera di avere durante l’anno nuovo. Nel pomeriggio inizia il grande cenone che terminerà a mezzanotte con canti, champagne, lenticchie, zampone, pandoro, zeppole, struffoli, mostaccioli, roccocò, ed altri dolci tipici e con lo sparo dei fuochi acquistati da ogni famiglia per salutare l’anno vecchio che se ne va, con le sue gioie e i suoi dolori, e per dare il benvenuto a quello nuovo. Altre importanti manifestazioni si hanno nel periodo pasquale. La Domenica delle Palme frotte di giovani di qualsiasi luogo vanno in chiesa portando con sè delle palme. Esse una volta benedette vengono portate a casa e fatte essiccare, per poi essere bruciate nell’anno successivo con la fiamma della Candelora (candela particolare) e cedere il posto a quella dell’anno corrente; in questo modo insieme alla benedizione del parroco il profumo delle palme assicurerà la grazia di Dio in ogni famiglia. Il Venerdì Santo vi è la processione all’alba di tutti i personaggi che fanno parte della vicenda biblica della passione, dalle pie donne ai soldati, dai ladroni al popolo, dai sinedriti a Gesù prigioniero. In serata la stessa processione si fermerà nella piazza principale della città per mettere in scena, dal vivo, la crocifissione e la morte di Gesù e continuare la processione per tutta la città, con Gesù morto e la Madonna vestita di nero che simboleggia la rievocazione della ricerca che la madre fece del figlio. La manifestazione più allegra è senz’altro quella delle sagre cittadine ossia della vendita dei prodotti tipici di Gragnano in una serata di festa. Ad esempio nella giornata del 15 giugno si allestiscono nel caratteristico centro di Castello delle bancarelle su cui verranno posti tantissimi prodotti preparati con le ciliege poiché quella che si festeggia è proprio “la sagra delle ciliege” in cui tutti i residenti e non, tra fuochi pirotecnici e canti popolari possono assaporare il frutto del posto e tantissimi piatti aventi esso come ingrediente basilare. E’ un clima di festa che coinvolge tutto il paese e le persone esterne ad esso. Questa sagra non è l’unica infatti da giugno a settembre se ne svolgono altre altrettanto caratteristiche su questo territorio come ad esempio quello della mozzarella, del vino, del panuozzo, dei limoni, delle pesche, per chiudere infine con quella biennale della pasta, senz’altro la più importante anche a livello turistico, in quanto nell’ultima manifestazione si sono contate oltre alle persone del posto e delle zone circostanti più di duemila forestieri.