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L’attività’ industriale di un pastificio dell’ 800
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Il Vino
Le
caratteristiche “cellae vinarie”
ritrovate accanto alle ville scoperte sul territorio gragnanese,
forniscono la prova più autentica sull’antichità della coltivazione
della vite e della conseguente produzione del vino. Infatti già nel 1910 un
celebre studioso del folclore napoletano scriveva: “la perfezione dei vini
di Gragnano sta nella loro alta qualità e nella loro percentuale di “mangiaguerra”,
una sostanza grassa di colore nerissimo che regala ad esse un’aroma
particolare.” Inoltre già dal quel periodo bastava nominare Gragnano per
intendere un vino fragrante, limpido prodotto senza alcuna artificeria,
direttamente dal cuore del grappolo che cresceva ridente sui pergolati delle
verdi colline. Un vero appassionato di questo vino era il Duca di Amalfi che
viveva nella proprietà “Massi”,
stabilitosi a Gragnano proprio per avere la possibilità di gustare
quotidianamente questi prodotti.
Oggi il vino è
ancora un elemento importantissimo per l’economia e la stessa fama di
Gragnano. Le sue caratteristiche, il gusto frizzantino, la leggerezza e la
facile digeribilità fanno si che esso sia sempre presente sulle tavole dei
maggiori ristoranti della costiera, delle case napoletane, e di quelle
italiane, tanto è vero che la Comunità Europea ha rilasciato a questo
prodotto il marchio DOC, cioè la “denominazione
di origine controllata” la quale certifica
che questo vino è prodotto esclusivamente con la gustosissima uva di
Gragnano. Grande soddisfazione se si considera che questo marchio non solo
viene dato solo ai prodotti di alta qualità, ma dà anche la possibilità
alla città di affermarsi all’estero
come eccellente industria vinicola, e di creare maggiori posti di lavoro per i
giovani all’interno del territorio.
Speciale: "...E
se non è Gragnano, desisti!"
L’Arte
bianca
L’attività
secolare che già di per se ha fatto conoscere Gragnano in tutto il mondo è
la produzione della pasta. Una ricerca oculata sull’origine dei “maccaroni” non è cosa facile in quanto documenti in merito, tali
da consentire di poter inquadrare l’argomento,
sono difficilmente reperibili.
Qualcuno
attribuisce alla “Gens Grania”
di origine romana il merito di aver diffuso l’arte della manifattura dei
maccheroni ma alcuni storici sono propensi a credere che essi siano stati
inventati dai cinesi o introdotti in Sicilia dagli Arabi. Ad ogni buon conto
la pasta rappresenta un fatto prettamente meridionale, come ci conferma la
tradizione, e che vuole come suoi primi produttori, i maestri amalfitani
dell’arte bianca, rifugiatisi nel
XII secolo sulle alture di Gragnano, impegnati a continuare la loro attività
lontano dagli invasori normanni. La produzione dei maccheroni per uso non
familiare ha inizio a Gragnano negli anni che vanno dal 1550 al 1600, durante
i quali, la città era famosa in tutto il Regno di Napoli per la produzione
della seta e per la lavorazione dei tessuti. Dopo il 1650 si incomincia a
produrre maccheroni con le prime industrie a condizione familiare, infatti i
mulini ad acqua, situati sulla strada per Castello, danno lavoro e pane a non
pochi Gragnanesi. Passati bene o male i periodi drammatici della rivolta del
1647 e della peste del 1656, con l’inizio del nuovo secolo i Gragnanesi si
rimboccano le maniche, riparano i guasti dovuti a tali luttuosi avvenimenti e
cominciano a dare un volto nuovo alla propria città: riprende la produzione
della seta e dei tessuti, l’agricoltura rifiorisce, si azionano di nuovo i
mulini ad acqua e si riprende la produzione dei maccheroni, mentre il centro
della vita si sposta da Casale Castello, troppo fuori mano, alla strada
Trivione-Conciaria e San Leone. Gragnano assume un aspetto nuovo, insolito. Le
strade si animano, Piazza Trivione diventa il centro commerciale: è qui che
stazionano i muli e i “traini” cariche di grano, provenienti dalla Puglia,
ed è qui che si compra il grano necessario per la manifattura dei maccheroni.
Nel 700 il Consiglio dell’Università regolamenta la produzione e il consumo
interno della pasta e appronta elaborati strumenti urbanistici in funzione
della pastificazione; si costruiscono e si ristrutturano le vecchie strade di
comunicazione sempre in funzione della pastificazione, per facilitarne il
commercio.
Man mano i
maccheroni diventano la sola e più importante attività esercitata dai
Gragnanesi: le ragioni per cui, questa attività diviene un’arte esclusiva
di Gragnano, vanno ricercate non solo nel fatto che già da svariati secoli
funzionavano su tutto il territorio trenta e più mulini ad acqua per molire
il grano, ma soprattutto nell’aria leggermente umida e che permetteva una
prosciugazione lenta e graduale ideale per i maccheroni. Il 1783 è un anno
importante per Gragnano: la produzione della seta e dei tessuti, che era stata
la più importante attività dei Gragnanesi, viene abbandonata per la moria
dei bachi dovuta ad una malattia delle piante, di conseguenza quella che era
stata la principale attività di questa gente, cominciò lentamente a
scomparire per cedere il posto alla “manifattura
delle paste lunghe”. Sorgono così i primi grossi pastifici: l’attività
non è più chiusa nell’ambito delle sole famiglie, ma il suo costante
ingrandirsi ha bisogno di molte braccia. Questo è, forse, uno dei primi
fenomeni di industrializzazione del Sud.
Le rovinose
piogge della fine del 1840 e degli inizi del 1841 e le susseguenti frane,
rendono impraticabili le vie di Gragnano e in modo particolare quella che da
Piazza Trivione porta alla Conciaria, a causa dello scoscendimento della
montagna “Belvedere” Per quasi quattro mesi la strada rimase imbrattata di
materiale franato dalla montagna e perciò chiusa non solo al commercio, ma
anche all’industria della pastificazione. Ma i pastai si rimboccano le
maniche: escono di casa per liberare le strade e gli opifici da tutto il
materiale franato: dopo un mese si riprese a lavorare.
Piano piano il
prodotto invade i mercati di Torino, Firenze e Milano procurando un notevole
profitto, sia agli industriali
che ai pastai. Intanto le Autorità comunali, consapevoli delle varie
difficoltà che gravavano tra l’altro ancora sull’attività
imprenditoriale dell’arte bianca, incominciano ad affrontare il problema
della proprietà delle acque in quanto le sorgenti diventano utili per
alimentare le macchine e lavare il grano. Il 12 Maggio 1885 alla presenza del
Re Umberto I e della Regina Margherita, fu solennemente inaugurata la tratta
ferroviaria Gragnano-Castellammare che collegava Gragnano a Napoli e a
Caserta, sia per il movimento viaggiatori sia per il movimento merci.
L’impiego dell’energia elettrica nel settore industriale provocò
l’ammodernamento dei pastifici in cui i torchi furono accantonati per far
posto a presse con motore elettrico: gli stessi mulini ad acqua cessarono man
mano la loro attività, in quanto i più grossi pastifici si organizzarono con
l’istallazione di impianti che permettevano loro di provvedere alla molitura
diretta del grano. Sorgono cosi, tra il 1900 e il 1920 i famosi
“Molini e Pastifici” di Gragnano.
L’attività’
industriale di un pastificio dell’ 800
Come abbiamo
visto all’inizio del 1800 sorgono in Gragnano i primi grossi pastifici. Ciò
è riscontrabile non solo dai numerosissimi documenti esistenti in archivio,
ma anche dagli stemmi, raffiguranti le cinque spighe di grano, scolpiti sugli
archi di pietrarsa di quasi tutti i portoni degli edifici. Nel periodo aureo
dell’industria dei maccheroni, anche il più piccolo pastificio dava lavoro
a non meno di trenta persone essendo la lavorazione solo arte manuale. Ampi
stanzoni per lo più a piano terra, accoglievano gli attrezzi indispensabili
alla lavorazione dei maccheroni: “’ngiegni”
(torchio), “màrtore” (madie),
“tramme” (gramole).
Particolarmente importante tra i predetti attrezzi era il torchio, il cui uso
nell’industria della pastificazione risale al 1600. L’attrezzatura
completa di bottega di un “maccaronaro”del
tempo era:
1
torchio con tutti i finimenti e stanghe;
1
mortaio in metallo ;
7
stampe (trafile) diverse;
1
caldara per bollire l’acqua;
1
frullone;
1
gramola;
1
tornello per il torchio;
1
statera (bilancia) grossa;
1
credenza;
1
cascione per mettervi il grano;
1
pala di ferro per il grano;
4
filanghe;
1
tinozza (madia) per impastare;
1
mestolo per il sale;
1
scala per appendere le canne;
1
staccio;
1
coltello per tagliare i maccheroni;
150
canne.
A questo punto
è opportuno precisare che la bottega completa di un pastaio era costituita da
un laboratorio, da un locale per la prosciugazione e da una camera per la
vendita. I tempi di lavorazione erano abbastanza lunghi ed erano distribuiti
nell’arco di un sol turno di dodici-sedici ore che aveva inizio alle 4,00
del mattino per concludersi alla sera. Il processo di lavorazione iniziava con
l’impasto di semola e acqua nella “màrtola” ben amalgamato dai piedi dell’esperto impastatore che
tenendosi ad una “funicella”,
con ritmo candenzato, dava all’impasto l’amalgamazione richiesta dal
formato di pasta da manifatturare. Ogni impastata era al massimo 50-60 kg..
L’impasto
veniva poi “trammiato” nella
gramola vale a dire continuamente mosso da due operai con una “stanga” a forma di mestolo per essere ulteriormente omogeneizzato.
Quando, dietro parere ed assaggio dello impastatore, l’impasto era ben
amalgamato, veniva immesso nell’arnese formato da grossi assi di quercia,
unite tra loro con grossi chiavettoni che sostenevano in posizione verticale
la campana di rame, dove avveniva la compressione della pasta. L’asse di
legno era foggiato a vite senza fine ed imprimeva una spinta ad un’asse
dentato ad esso adiacente. Questo asse aveva all’estremità un piatto che
correva “ a tenuta” nel grosso cilindro caricato con l’impasto. Il
cilindro nella sua parte terminale portava una trafila, ossia una fascia
intercambiabile bucata in varie fogge da dove fuoriusciva l’impasto spinto
dal piatto, determinandone la sorta. Quando i maccheroni uscivano dalla
trafila, un operaio con un grosso ventaglio aveva il compito di imporre una
prima ventilazione, altrimenti la pasta ancora fresca correva il rischio di
allungarsi e quindi di spezzarsi. Contemporaneamente un altro operaio era
pronto a tagliare i maccheroni e stenderli sulle canne ed ogni taglio veniva
misurato all’incirca 150 cm.. Una volta posti sulle canne gli operai
portavano i maccheroni ad asciugare nelle strade adagiandoli sugli scanni ed
era caratteristico notare due ragazzini muniti di cassette che
li seguivano per raccogliere i maccheroni che scivolavano dalle canne.
Lo spettacolo dei “maccaroni spasi” nelle strade ad asciugare, era suggestivo: le
strade si coloravano di giallo per la pasta lunga e corta che veniva spostata
di continuo a seconda dell’incidenza dei raggi del sole. Quando il tempo
volgeva al peggio sembrava che i pastai fossero colpiti da frenesia
collettiva: urla, grida, imprecazioni e un correre incessante dalla strada
alle stanze di prosciugazione per mettere al sicuro la pasta, prima della
caduta della pioggia. Fatto pittoresco e a volte comico era il passaggio,
specialmente per Via Roma, delle capre e delle pecore che tornavano dal
pascolo: appena lontano si sentivano i campanelli i pastai si mettevano in
guardia poiché sapevano benissimo che le capre e le pecore erano ghiotte di
maccheroni.
Una volta
prosciugati a dovere, i maccheroni venivano pesati da pesatori specializzati
che avevano l’abilità a pesare con le mani, senza bisogno della bilancia e
senza incorrere in errore, per poi incartarli e metterli nei cascioni.
La
pasta oggigiorno
Da allora molte
cose sono cambiate anche se la produzione della pasta rimane
all’avanguardia, nonostante la concorrenza delle industrie del Nord e di
quelle estere, infatti Gragnano colloca i suoi gustosi maccheroni in numerosi
paesi del mondo raggiungendo un prestigio tale che all’estero non si riesce
a dissociarla dalla sua tipica produzione. In questo periodo, degna di
assoluto rispetto è la produzione di pasta speciale lavorata a mano come i
famosi fusilli, sottili fili di pasta arrotolata, in forma serpentina ad un
ferro, e le altrettanto famose orecchiette che si producono premendo pezzetti
di pasta con il pollice. Hanno contribuito e ancora oggi contribuiscono a tale
successo una mano d’opera specializzata che non teme confronto alcuno e
imprenditori di vasta esperienza. Nel Febbraio del 1979 si sono riuniti in un
consorzio denominato CO.PA.G. (consorzio
pastifici gragnanesi) i cinque pastifici più importanti “Garofalo,
Liguori, D’Apuzzo, Afeltra, Di Martino” con lo scopo di aumentare la
quantità di pasta prodotta e di favorirne una stabile occupazione. Il
raggiungimento di questi obiettivi è stato legato alla costruzione di nuovi
pastifici in zone extraurbane, in quanto le predette cinque unità non
potevano fruire di adeguati ammodernamenti essendo ubicati nel centro
cittadino.
Sembra
d’obbligo terminare questo discorso facendo riferimento al grande “Totò” che apprezzava la bontà e genuinità della pasta e del
vino tanto da dichiararlo, non solo pubblicamente
quando nel 1939 visitò Gragnano,
ma facendo in modo che questi prodotti fossero nominati in due suoi
popolarissimi film: in “Miseria e
Nobiltà” dove il coinquilino povero di Felice non aveva altro desiderio
che di bere un bel bicchiere di vino frizzante di Gragnano, e nel film: “Totò e Peppino divisi a Berlino” dove i due protagonisti, che
vivevano nella capitale tedesca, per alleviare il peso della lontananza da
Napoli cucinarono un bel piatto di spaghetti di Gragnano.
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